new york

Di New York e della ritrovata voglia di correre


Il racconto di come, dopo aver assistito allo spettacolo unico della TCS New York City Marathon, ho fatto pace con la corsa. 

Per un po’ ho creduto che di New York mi sarebbe rimasto dentro il colore dell’alba che si insinua con leggiadra prepotenza tra i grattacieli svettanti, inondando di luce le strade semi-deserte nelle prime ore del mattino e i taxi fermi davanti agli hotel. O ancora l’effetto “wow” della città di notte. O le deliziose casette alla Carrie Bradshaw nel Village o a Soho.

Ma, dopo qualche giorno dal mio ritorno in Italia, ho percepito che c’era altro di molto più forte che sgomitava per insinuarsi dentro di me. 

Ho visitato la Grande Mela per motivi di lavoro. Tra i numerosi progetti di Fondazione Umberto Veronesi di cui mi occupo, ce n’è uno cui tengo particolarmente: si tratta di Pink is Good, la campagna volta a sostenere la ricerca sui tumori femminili e a diffondere l’importanza della prevenzione su queste tematiche. Da quattro anni a questa parte, all’interno del progetto, è nata l’idea di costituire un running team composto da donne operate di tumore. Le ragazze seguono un fitto programma di training che ha come obiettivo finale quello di far correre loro una gara podistica importante, per dimostrare come, dopo la malattia, si possa tornare pienamente alla vita. Quest’anno, come era stato nel primo, la scelta della gara da far disputare loro è ricaduta sulla regina delle maratone, quella di New York. Amo questo progetto, lo amo per quello che non smette di regalare sotto il profilo umano, ancora prima che su quello lavorativo. E per questa ragione, al momento della partenza, ero più concentrata sul progetto in sé, ed ero chiaramente molto ansiosa di visitare “the city that never sleeps”. new york

Ma c’era anche altro ad aspettarmi: l’incredibile, irrefrenabile effervescenza collettiva che si respira in città durante la maratona. Un tifo instancabile, una gioia trasversale che pare cogliere tutti, dai bambini sino agli anziani. New York in quel giorno, semmai fosse possibile, appare ancora più viva e pulsante. Passati i rigorosi controlli ai varchi (erano passati solo pochi giorni dall’attentato del giorno di Halloween), ho visto sfilare davanti a me gente di tutte le nazionalità, runner con il sorriso stampato in faccia mentre entrano nel tratto finale di Central Park, altri con il dolore dipinto in volto ma con la stessa ammirevole determinazione di tagliare l’ambito traguardo. Persone che corrono per i motivi più svariati. Ma tutte spinte da una straordinaria forza interiore. Quella che ci tiene vivi. 

Da parte mia non correvo da mesi. Presa da altri impegni, lentamente e a malincuore mi ero sempre più allontanata dalla corsa. Me la sono lasciata scivolare di dosso, quella voglia di alzarsi al mattino e sfidare me stessa. Accampando mille scuse e giustificazioni, per non sentire dentro di me crescere quel disamore non voluto. Ora ho capito, ho realizzato: la corsa può bastare a se stessa,  può vivere senza velleità agonistiche. Può andare ben al di là delle ansie da prestazione. 

E così, a pochi giorni dal mio ritorno da New York, sono entrata nel mio negozietto di running e mi sono ritrovata tra le mani le nuove scarpe con cui macinare i prossimi chilometri. New York magari mi aspetta. 

Share the joy
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

WordPress spam blocked by CleanTalk.